
Oggi davvero una giornata particolare, sono le 12:30 ho appena ricevo una chiamata da un amico, lo stesso in cui ero praticamente quasi tutto il mese di Dicembre ed è venuto qui insieme a me a passare il natale e capodanno, quest'anno l'ho passato in compagnia un pò diversamente come non facevo da qualche anno.
Mi domanda che tempo fa qui da me, da lui .. insomma metà e metà, mi ha proposto di andare li da lui e sono un pò titubante se andare o meno, dovevo comunque andarci i primi di febbraio ho un appuntamento presso un "Incubatore"
Precisiamo: Milano è il cuore pulsante dell'innovazione in Italia, statistiche alla mano ospita oltre il 20% delle startup italiane, questo ha fatto in modo di creare per diversi tipi di incubatori (Questo termine è esteso a settori ben definiti):
Ci sono..Universitari: Come il PoliHub (Politecnico di Milano), spesso premiato tra i migliori al mondo, o B4i (Università Bocconi). . premetto non è il mio caso)Certificati: Realtà riconosciute dal Ministero dello Sviluppo Economico che godono di particolari agevolazioni. (nemmeno questo è il mio caso)
Verticali: Specializzati in settori specifici (es. Fintech, Moda, Food o Design). ecco questo è il mio caso precisamente:
Digital Magics: Sono specializzati in piattaforme digitali che possono scalare velocemente.
Dovrei andarci perchè qui rischio di rimuginare troppo su cose che a me sembrano normali ma a quanto pare non lo sono.
Nel 2026 tutto è immediato. Le cose arrivano prima ancora di essere chieste. Le voci viaggiano leggere, attraversano città, stanze, corpi, è normale sentire qualcuno mentre cammina, mentre cucina, mentre è stanco come è altrettanto normale condividere il superfluo (molte volte anche senza rendersene conto). Proprio per questo, il silenzio non è mai (e non potrà mai essere) neutro.
All’inizio non lo chiamo nemmeno silenzio ma loo chiamo “giornata piena”, “periodo strano”, “modo diverso di stare nelle cose” di conseguenza mi adatto. Scrivo meno. Aspetto di più. Mi convinco che la presenza non si misuri così, intanto però qualcosa si sposta e non parlo nella relazione ma dentro di me.
Inizio a parlare piano anche quando non serve, inizio a pensare che una chiamata sarebbe un’invasione. Inizio a trasformare un bisogno semplice in una colpa.
Inizia una fase come dire... di accettazione. Dico a me stesso una bugia ovvero il fatto che non è una cosa importante, che una chiamata di per sè non definisce una relazione, minimizzo, cerco di razionalizzare arrivo a un punto che dico "mi adatto" e lo faccio, questo mi insegna a non aspettare troppo su certe cose, certi aspetti e anche a non far pesare nulla, rendo i miei bisogni più piccoli, più gestibili, quasi invisibili.
Non sentirsi mai al telefono, neanche una volta al giorno, non crea vuoti evidenti. Crea distorsioni. Mi abituo a immaginarti invece di incontrarti. Riempio le pause con interpretazioni chiedendomi se il problema sia il tempo, o l’interesse, o io.
Ma la cosa più violenta non è l’assenza, è la sua normalizzazione. Nessuna spiegazione, nessuna presa di responsabilità ma solo l’idea che tutto sia ok così. E se provo a sentire il disagio, sembra un problema mio. Così inizio a dubitare. Di me stesso, della legittimità di ciò che sento, del mio diritto a chiedere presenza.
Nel 2026 l’assenza non ha più scuse tecniche, quindi prende una forma diversa: diventa una posizione emotiva. Non dichiarata, ma costante.
A un certo punto capisco che non sto soffrendo per quello che manca, ma per il fatto che quella mancanza non viene mai nominata. Come se non esistesse. Come se il non parlarsi fosse una scelta che non merita spiegazioni, questo, lentamente, scava dentro, perché una relazione regge anche la distanza, ma non il vuoto mascherato da normalità.
Milano entra così, senza enfasi, non è una fuga, ma un riequilibrio, Giustifico a me stesso dicendomi: Vado da un amico, cambio spazio, interrompo il ciclo ma la verità che ho bisogno di un luogo dove le persone si chiamano senza chiedersi se sia troppo, dove la voce è ancora un gesto minimo, non una concessione, non parto per allontanarmi da te, parto perché restare fermo dentro questa dinamica mi sta insegnando a chiedere sempre meno, e io non voglio diventare quella versione di me.
Nel 2026 non sentirsi mai al telefono non è un problema di tempo. È un linguaggio, purtroppo se la convinzione inconscia tua questa ovvero che una chiamata non sia non so cosa, meglio il reale, questo linguaggio non lo conosco bene perchè tra le valutazioni c'è anche quella di adeguarsi e se il vedersi per qualsiasi motivo al momento non è una opzione e ripeto per "qualsiasi voglia motivo" bisogna avere un dialogo diversamente. E io, prima di imparare a parlare quella lingua, preferisco spostarmi e salvare l'unica lingua che so. Si chiama comunicazione.
Questo è solo un mio pensiero fugace, non è un "chi contro chi" o "ragione o torto" ma è un semplice punto di vista su cui non posso fare a meno di rifletterci per bene, non influisce sulla nostra promessa o altro e nemmeno si deve prendere qualcosa sul personale, non è nemmno detto che vada a Milano, ci sto solo riflettendo ad alta voce e non potendomi confrontare con te, lo scrivo su questo blog come sfogo e magari rimarranno solo parole gettate al vento ma questo non posso al momento saperlo.
Ora si è fatto tardi e devo andare al punto blu a sostituire il telepass.. che scocciatura che mi aspetta, stavo cosi comodo davanti al monitor...
La clessidra scende e i giorni anche, il conto alla rovescia indica che oggi sono 1982 giorni di attesa, la mia malinconia ha la forma perfetta, scura come l'attesa, ma capace di contenere tutta la luce che mi regali ogni volta che mi pensi.